Una canzone per i vopos
Nel natale del 1965 Leo Valeriano canto sulla tribunetta del Cheek Point Charlie per testimoniare al mondo che sul muro di Berlino non poteva finire il mondo libero. Nel 22° anniversario della caduta del muro di Berlino, ripercorriamo questa esperienza attraverso alcuni articoli dell’epoca:
UNA CANZONE PER I VOPOS
Sulle prime i “vopos” si guardarono fra di loro meravigliati. cosa faceva, quel giovanotto biondo chitarra a tracolla sulla torretta di fronte nella zona est? Forse i capitalisti avevano deciso di sostituire le sentinelle con i suonatori di mandolino? Poi la meraviglia si trasformò in imbarazzo. Fu quando afferrarono le prime parole di una canzonetta divulgata da una decina di altoparlanti. il ragazzo stava cantando di Berlino, della bella città senza pace, dei profughi e delle croci sul muro. Qualcuno puntò il binocolo per vederlo meglio, qualche altro faceva la ronda con l’arma in spalla si fermò a testa in su, il più ardito abbozzò pure un mezzo saluto con la mano. Poi arrivò uno in pastrano di cuoio, doveva essere un ufficiale, i militi scattarono sull’attenti urlò qualche frase e, per incanto, tutti fecero finta di niente. Come se ,la torretta-palcoscenico non esistesse neppure. Questo accadde il giorno di Natale del 1965 e quando lo racconta, a Leo Valeriano gli brìilano gli occhi di gioia. Tempo prima aveva composto quella cantata e a qualcuno era piaciuta, l’aveva presentata in un cabaret romano ed era stato subissato di applausi. Tra i frequentatori del locale vi era il presidente di una associazione italo-tedesca. Che ne direbbe di andarla a ripetere nel luogo che le è più congeniale a Berlino? Detto fatto, una settimana dopo il ragazzo manteneva fede alla promessa. E’ stata l’esperienza più singolare da quando sono cantautore. E ormnai è passato qualche annetto Leo Valeriano appartiene alla generazione che non sa più di guerra, di resistenza, di vincitori e vinti E’ un ragazzo di oggi che guarda al domani. Le esperienze, la gloria e la cronaca di avantieri le conosce per sentito dire. Non appena finito le scuole frequentò l’accademia artistica e in piccolo riuscì a conseguire qualche successo. Espose alcuni pezzi al Ca……… di via del Babuino ci fu chi gli disse che aveva stoffae certamente se avesse insistito sarebbe riuscito a quagliare parecchio.
Lui invece si fece prendere la mano e il cuore dall’attivismo politico. Si iscrisse ad un partito di sinistra, partecipò gogliardicamente alla vita di gruppo, diventò anche segretario di una cellula giovanile, ma alla fine si accorse che la libertà è un dono che non ha prezzo, che con la tessera in tasca e il distintivo all’occhiello si sentiva recluso. Piantò tutto, tirò un sospiro di sollievo, si imbarcò sul primo treno in partenza e raggiunse la Svizzera, dove riuscì a trovare lavoro come cartellonista. Di qui alla Germania il passo è breve. Da Basilea, dove stava, ci si arrivava con il tram. Batté in lungo e largo tutte le città dell’Ovest e quando i risparmi cominciarono a scarseggiare si impiegò nella Siemens. Sei mesi soli e poi via con un altro treno: destinazione Marsiglia. Qui era solito incontrarsi la sera con alcuni amici italiani in una osteria del porto. E quando la nostalgia di casa li prendeva un po’ tutti, si faceva prestare una chitarra e attaccava qualche canzonetta strappalacrime. Ma perché non fai il cantante? gli consigliarono i compagni. Altro che andare in giro per il mondo senza arte né parte. Nacque allora il Valeriano cantautore. Rientrato a Roma prese contatti con alcune orchestrine, fece il solito apprendistato di ogni cantante che si rispetti, batté balere, sale da ballo e locali di ogni ordine. Poi seppe che Teddy Reno aveva bandito ad Ariccia il “Festival degli sconosciuti” e vi prese parte. il “talent scout” e triestino lo prese a ben volere.
E’ un ragazzo a modo, non si monterebbe la testa neppure se gli cascassero addosso fior di bigliettoni da diecimila ed è dotato di quella timidezza che aprirebbe il cuore al più incallito dei diffidenti. Gli dette qualche consiglio, gli insegnò alcuni segreti del mestiere, lo presentò a un paio dì persone che la sanno lunga in fatto dì canzonette. A farla breve Leo Valeriano otteneva un contratto con la RCA. Come dire che il portone di bronzo dei trentatré giri cominciava a dischiudersi lentamente. In queste ultime settimane. Valeriano ha inciso tre dischi. Sono cantate che lui stesso compone e scrive. “Eri felice lo stesso”, o la ballata di Feshter, è dedicata al ragazzo ucciso sul muro di Berlino. “La valigia” parla dell’odissea degli emigranti. “Mi hanno detto” è un succo di impressioni di un ragazzo sul mondo d’oggi. Sta preparando anche una canzone in collaborazione con Bruno Lauzi e recentemente gli è giunto un invito per alcune esibizioni in un cabaret alla moda di Milano. Non è, intendiamoci, il successo a piene mani. Non è il libretto in banca, l’attico in zona residenziale e la “Studebaker”, giù al portone. Ma lui è felice lo stesso perché bada al successo duraturo e non a quello che ti volta le spalle tra una stagione e l’altra. E le giovanili passioni politiche? Leo Valeriano, non sta né a destra né a sinistra. E’ un ragazza libero e ci tiene a restarlo. Più cara è la libertà e più le resta affezionato. Probabilmente, per questo riesce simpatico.
Nato Martinori
(Testata sconosciuta, 14 aprile 1966)
UN CANTAUTORE SUL MURO DI BERLINO
Il vento soffiava più gelido del solito il 31 dicembre a Check Point Charlie, rari i passanti e rarissimi gli stranieri che attraversavano il settore americano per recarsi al- l’Est. A pochi passi dal luogo in cui Peter Fechter il 17 agosto del 1962 fu lasciato dissanguare dalla criminalità dei comunisti e dalla vile indifferenza degli alleati, si avvicina alla striscia bianca che divide due mondi, a pochi centimetri dal Muro, un ragazzo biondo. A chi lo avesse osservato poteva sembrare un oriundo dalla Prussia. il grande ciuffo le baciava la fronte. Sulla spalla teneva la sua chitarra: fra qualche momento avrebbe cantato la sua canzone in onore delle vittime del terrorismo comunista, l’avrebbe lanciata al di là « drúben ». Le guardie di frontiera in divisa americana lo guardarono indifferenti, gli « schupò » della Brandtpolizei con le loro piccole mitragliette, simili a giocattoli dì plastica, lo osservarono senza curarsi di lui. Quel giovane, salì ansioso sulla scaletta di legno che porta alla tribunetta di Cheek Point Charlie, prese la sua chitarra, con le. dita gelate toccò le corde: i « vopos » a pochi metri di distanza sotto di lui lo stavano osservando. Più lontano dalla baracca del posto di controllo sulla Friederichstrasse, alcuni miliziani della Volks-Armee puntarono i loro binocoli, un sergente mise a fuoco la sua « Leika » munita di teleobiettivo, per riprendere il « menestrello romano ». « … una luce ti splende negli occhi, la speranza nelle mani, è al di là di quel Muro. Ecco, sei quasi arrivato, ecco sei quasi sul Muro, attento… halt… sparano… Ti hanno lasciato morire in mezzo al filo spinato, nessuno stende una mano, nessuno prega per Te». La sua voce riempie accorata e possente la frontiera fra le due Berlino. Si avvicinano alcuni tedeschi, ora arrivano anche gli altri amici italiani che sono venuti con lui da Roma per testimoniare al mondo che lì sul muro insanguinato di Berlino non può finire il mondo libero. Qualcuno applaude, una signora si asciuga una lacrima, irremovibili i « vopos », con ì loro lunghi cappotti verdi aiutano il sergente a scattare innumerevoli fotografie. Il vento sotto il plumbeo cielo nordico, porta quelle note lontano, verso oriente, a coloro che attendono il giorno della liberazione. Il cantautore romano è commosso, ora quasi di corsa prosegue verso la Zimmerstrasse, va verso la croce che ricorda il sacrificio di Fechter. Si inginocchia e bacia le zolle di quella terra insanguinata, terra d’Europa.
BERLIN, MEIN BERLIN …
A nord e a sud si parla
di qua e di là si discute.
Berlino dal muro di fango
ha solo canzoni di morte.
Beriin, oh meín Berlin., Berlín
cantava nel sole
ogni ragazzo
che è morto per te!
E mentre il mondo invoca la pace
sulle tue strade muore ogni giorno
la libertà!
Fate parlare la Friedarichstrasse.
Fate parlare Brandobirger Tor.
Racconteranno di Seiei,
racconteranno di Fechter
e vi diranno le pene
della mia bella città.
Beriin, oh mein Berlin, Berlin
la gente tranquilla
si è già scordata di te.
Daremo ai profughi una coperta
ed un lavoro alle fabbriche Krupp
perché non turbino il sonno
di queste nostre città
Berlin, oh rnein Berlin, Berlin
nessuno più vuole sentire
la tua preghiera.
Lassù si vive solo per una speranza
e non si mendica la libertà
ma sulle croci del muro
c’è l’erba della viltà!
Berlin, oh mein Berlin, Berlin …
Berlin, oh meín Borlin, Berlin …
Berlin…
(Italia-Germania, maggio 1966)













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