Skoll – Sole e acciaio – Recensione

L’importanza di Yukio Mishima per la filosofia e gli ideali di ogni movimento di destra europeo va ben oltre la sua pur ragguardevole carriera di scrittore: le sue concezioni di coraggio, di onore e di amore per le tradizioni della patria, sublimate fino al suo drammatico suicidio rituale del 1970, sono difatti rappresentative di quella cultura di disprezzo per la morte che ha spinto migliaia di giovani a credere in un ideale. Naturale, pertanto, che la sua figura e la sua produzione letteraria finissero per ispirare anche artisti e musicisti, il più importante dei quali, in ambito alternativo, è certamente Skoll, al secolo Federico.
Il cantautore milanese, che ha pubblicato anche un libro sulla figura dello scrittore giapponese, ha difatti dedicato un intero album all’immagine di Mishima, prendendo a paradigma della sua filosofia il celebre Sole e acciaio. Musicalmente l’album, intitolato a sua volta Sole e acciaio, ci offre uno Skoll ancora acerbo sotto alcuni punti di vista, dal momento che le chitarre acustiche, per cui poi sarebbe divenuto famoso, in questo lavoro sono sensibilmente ridotte a favore di un sound più epico ed atmosferico, con frequenti citazioni industrial ed ambient. Tuttavia, dal punto di vista lirico, il nostro non è mai stato così elevato e, per alcuni versi, criptico; vediamo dunque nel dettaglio cosa ci propone in questo suo riuscito concept album.
Tokyo Quattrocinque, introdotta da una chitarra elettrica distorta e quasi piangente, ci narra lo sgomento, l’impotenza e la rabbia per la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, per la distruzione causata dagli Alleati e per un mondo tradizionale che sembra perduto al pari del conflitto: persino l’Imperatore, figura divina, appare difatti spogliato della sua aura e ricatapultato violentemente sulla Terra come semplice essere umano. Eppure, fra le macerie, qualcuno ancora attende, sperando di poter riportare il popolo e la cultura del Sol Levante nella posizione che gli spetta.
C’è un posto vuoto è, viceversa, una rabbiosa dedica ad una donna una volta amata, ma per cui ora l’unico sentimento è l’odio, un odio cieco e violento: non c’è alcuna possibilità di recupero, ed anzi il protagonista del brano si augura che la donna, un giorno, provi sulla propria pelle un’agghiacciante sensazione di solitudine, dove anche il semplice contatto umano le mancherà.
Con Radio Mishima torniamo in Giappone, terra di ciliegi in fiore, per trovarci di fronte al grido di ribellione di un giovane: probabilmente si tratta dello stesso Mishima, ma potrebbe al tempo stesso essere un qualunque uomo che non voglia piegarsi alle regole dello Stato nipponico, o persino un ipotetico ultimo Samurai disperatamente legato al proprio mondo in dissoluzione ed al bushido. 12 Novembre, invece, esula completamente dal generale contesto dell’album ed è una splendida dedica ai caduti di Nassiriya, morti in terra straniera per una guerra voluta da altri. Qualunque altra parola rischierebbe di essere superflua, pertanto vale la pena di riportare direttamente i versi più significativi della canzone:
Ora io dubbi non ho
Perché il mio corpo stamane tutto il suo sangue versò
Su questo catrame nero più nero che c’e
Una guerra di altri si e schiantata su me
E io mi accorgevo che ero solo
e io morivo cosi da uomo solo
Unità di attacco Shikishima, il brano più atmosferico dell’album assieme alla conclusiva Icaro, è dedicata ad una delle cinque Unità di attacco kamikaze, i piloti giapponesi che, pur di difendere la propria patria, si scagliavano con i loro aerei contro le portaerei e le navi da guerra statunitensi. Il pilota protagonista della canzone, in un ultimo sospiro di umanità, prima di morire rivolge un pensiero alla propria amata, dicendole che le tornerà in sogno per spiegarle il motivo della propria fatale scelta. Patriottismo e Sole e acciaio sono, sostanzialmente, due parti del medesimo testamento, spirituale e fisico, di Yukio Mishima: la prima traccia è difatti un immaginario discorso professato dallo scrittore subito prima ed anche durante il proprio seppuku, il suicidio rituale tramite cui egli mise fine alla propria vita, per l’incapacità di accettare ciò che la propria patria era divenuta dopo la sconfitta in guerra. Sole e acciaio, invece, rappresenta la parte più filosofica del suo pensiero, incentrata sulla perfetta unione fra anima e corpo, fra perfezione spirituale e corporea, che per l’appunto sono metaforicamente rappresentate l’una dal Sole, l’altra dall’acciaio.
Belle epoque abbandona nuovamente le tematiche filosofiche e riferite a Mishima per presentarci uno Skoll polemico, che si scaglia contro la società moderna, che ha eretto a propri valori fondamentali il materialismo e l’apparenza, al punto che ci si chiede se essa sia Grande cirque ou cimetiere? Quella periferia ci presenta invece uno Skoll sempre polemico, ma che stavolta potrebbe essere anche autobiografico: ci racconta infatti la storia di una periferia di una grande città, additata da benpensanti e conservatori come quella periferia proprio per l’incapacità di pronunciarla, di tollerarne l’esistenza senza storcere il naso. Eppure, nonostante ciò, nonostante la difficoltà della vita e le molte amarezze per chi ci abita, quel luogo è comunque chiamato casa da tante persone. I giorni più strani riprende le tematiche di C’è un posto vuoto, offrendoci le parole di un uomo che si chiede quale domani possa esistere per lui e la propria (ex?) compagna, quale futuro possa avere una relazione che appare ormai priva di senso.
In conclusione del disco Skoll inserisce infine la traccia più particolare, Icaro: si tratta difatti di una trasposizione musicale, fortemente atmosferica, della poesia scritta da Yukio Mishima e posta in conclusione di Sole e acciaio. Vale la pena, per meglio farne comprendere il senso, riportare i versi più significativi:
E se illuso appartenessi in verità alla terra? In fondo non è forse essa che provoca così rapidamente la mia caduta? Ma perché la terra solitamente così languida e morbida mi accoglie con l’urto della lamina di acciaio? Per mostrami forse che la caduta e molto più naturale ed umana del volo? E se la caduta fosse invece organizzata proprio dal cielo per riuscire a colpirmi con la sua punizione? Per punirmi della colpa di non credere che esista un io, per punirmi della colpa di credere troppo nel mio io Di volere conoscere a chi appartenga io, di volere presumere di sapere tutto io E di volere tentare il volo, comunque, verso l’ignoto o verso il conosciuto Poco importa di volere tentare il volo, comunque!
Skoll, dunque, ci consegna un album che richiede certamente diversi ascolti per essere metabolizzato e compreso a sufficienza: si tratta difatti, come abbiamo visto, di un lavoro complesso, dalle molteplici sfaccettature, che alterna canzoni epiche e per certi versi sognanti, quasi confinate in un’altra dimensione, a brani sorprendentemente diretti. Da essi traspare certamente l’importanza dell’influenza della cultura giapponese e degli ideali di Mishima, senza cui chiaramente Sole e acciaio non sarebbe neppure nato; ma, lungi dall’essere una pedissequa riproposizione di quanto si trova nei libri, Sole e acciaio ci offre anche la personale interpretazione di Skoll, il suo personale mondo di ideali e concezioni trasposto in musica, con una maturità lirica che molti, non solo nella scena alternativa, possono soltanto sognare.
A cura di Andrea ed Elisabetta












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