Massimo Morsello – Punto di non ritorno – Recensione

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E’ necessario presentare nuovamente a voi lettori e fruitori di queste pagine la figura storica di Massimo Morsello? Credo di no: figura di spicco della musica alternativa, Massimino ha incarnato il vero spirito della “rivolta musicale”ma con una vena lirica che continua a stupire ancora oggi, a distanza di molti anni. La sua dolorosa latitanza, inoltre, ha senza ombra di dubbio contribuito ad accrescere la sua fama…ed il suo mito.

Quest’oggi ci occupiamo del suo penultimo album, Punto di non ritorno, targato 1996: si tratta di un lavoro indubbiamente più maturo rispetto ai precedenti, che vede l’introduzione di una vera e propria band alle spalle, con tutte le ovvie conseguenze musicali che possono derivarne. Troviamo dunque i canonici chitarra, basso e batteria, ma anche una tastiera, molto presente e che diverrà caratteristica delle composizioni mature del cantautore, raggiungendo il culmine nel successivo ed ultimo lavoro, il celebre La direzione del vento. Le canzoni di Punto di non ritorno possiedono dunque un’atmosfera nuova,  forse meno “cantautoriale”, ma certamente più riflessiva e matura.

Si parte con la title-track, una canzone semplicemente stupenda nella sua atmosfera soffusa e malinconica; si tratta di una dedica all’amico Elio Di Scala, morto due anni prima in un conflitto a fuoco. Massimino non giustifica le azioni del camerata, ma tende comunque ad immaginare che Dio abbia un posto speciale anche per chi è morto scegliendo, appunto, di passare un punto di non ritorno dal quale non era più possibile tornare indietro.

No non lasciargli a quei volti, a quegli occhi in divisa il tuo punto di non ritorno.
Non passare alla morte come fosse la fine come un sole d’inverno il nostro è un punto di non ritorno.
Proprio mentre il corpo t’abbandona che sembra che trattieni il respiro dal
cielo Dio s’affaccia e ti perdona e t’apre un pezzo di paradiso.

Otto di Settembre prosegue lo stile musicale del brano precedente e le sue tematiche sono abbastanza intuibili: si tratta del grido di un giovane soldato che, improvvisamente, ha visto tutto ciò in cui credeva distrutto, svenduto con il celebre armistizio di Settembre. Donne abbandona per qualche minuto le tematiche “politiche” e rappresenta una curiosa dedica all’altra metà del cielo: troviamo difatti una lunga serie di figure femminili, alcune positive, alcune negative (ma Massimino tende ad elencare più che a colpevolizzare, sia ben chiaro), che compongono inevitabilmente l’universo femminile. Veniamo poi a quello che è forse il brano più famoso dell’intera discografia del De Gregori nero, Canti assassini: si tratta senza ombra di dubbio uno dei capisaldi della storia della musica alternativa e di un vero e proprio inno per tutti i ragazzi cresciuti negli Anni di Piombo. Vale pertanto la pena riportarne il testo integralmente.

Entrammo nella vita dalla porta sbagliata in un tempo vigliacco, con la faccia sudata,
ci sentimmo chiamare sempre più forte, ci sentimmo morire ma non era la morte
e la vita ridendo ci prese per mano, ci levò le catene per portarci lontano.
Ma sentendo parlare didonne e di vino, di un amore bastardo che ammazzava un bambino
e di vecchi mercanti e di rate pagate e di fabbriche nuove e di orecchie affamate
pregammo la vita di non farci morire se non c’era un tramonto da poter ricordare
e il tramonto già c’era, era notte da un pezzo ed il sole sorgendo ci negava il disprezzo.

Ma sentendo parlare di una donna allo specchio, di un ragazzo a vent’anni che moriva da vecchio
e di un vecchio ricordo di vent’anni passati, di occasioni mancate e di treni perduti
e scoprimmo l’amore e scoprimmo la strada, difendemmo l’onore col sorriso e la spada.
Scordammo la casa e il suo caldo com’era per il caldo più freddo di una fredda galera
e uccidemmo la noia annoiando la morte e vincemmo soltanto cantando più forte
e ora siamo lontani, siamo tutti vicini e lanciamo nel cielo i nostri canti assassini
e ora siamo lontani, siamo tutti vicini e lanciamo nel cielo i nostri canti bambini.

Una nave in mezzo al mare è una metafora della condizione di Morsello stesso, ma, ancora una volta, di tutti i ragazzi della sua generazione, che costituiscono un immaginario equipaggio di una barca sballottata dalle onde del mare infuriato; questo mare è, di fatto, la loro vita, le sue contraddizioni ed i suoi momenti difficili, ma anche ciò che ha unito per sempre centinaia di ragazzi. Musicalmente vi troviamo anche una malinconica armonica di dylaniana memoria. Segue Intorno al mio cuore, uno dei testi più profondi ed intimisti mai scritti a Morsello ed  un brano dolorosamente autobiografico, che descrive il dolore del suo esilio lontano da casa.

E ho conosciuto la spiaggia, quella ai confini del mare
Ed ho lasciato un’Italia stretta intorno al mio cuore
E ho conosciuto le notti che non ci fanno dormire,
E ho lasciato un’Italia curva sotto al rumore,

chiusa dentro a quei gesti di mano che ci vogliamo spiegare.

Aborto presenta un sottofondo musicale sorprendentemente movimentato, con tanto di robuste percussioni, se lo si mette a confronto con il testo, viceversa molto duro; anche qui siamo di fronte ad un esercizio lirico semplicemente splendido da parte di Morsello e, come tale, è nuovamente il caso di riportare uno dei pezzi più belli e sofferti della canzone.

 Io ti racconto
del mondo che non ho conosciuto
della vita che non ho vissuto
e delle cose che non ho saputo.
Di quelle navi,
di quelle storie da marinai
di quelle strade e di quei via vai
di quei buongiorno e di quei come stai
di questo buio senza colore di questi occhi miei.
Del mio rischio di un piede in fallo
sbagliare e rifarlo ancora
di soffrire quando ci s’innamora
e di tremare quando c’ho paura
e della fame della fame che non ci spaventa
della musica che ci addormenta
e del freddo che ci ammala
e del rifugio che ci accoglie la notte sotto le lenzuola.

I miei amici, riregistrata in una versione più pulita di quella già apparsa su Intolleranza (al pari di Canti assassini), è un altro brano dedicato alla generazione che sognava la rivoluzione e che, in parecchi casi, ha visto la propria vita ed i propri sogni distrutti dalla durezza della realtà e dal gelo di una cella.

Il nostro povero cuore è, forse, il brano meno brillante dell’album, anche se bisogna dire che ciò dipende anche dalla media estremamente elevata degli altri brani; si tratta di una sorta di flusso di ricordi e, per usare le parole di Massimino stesso, di cuori infranti da storie banali.

A chiudere il disco un altro celebre brano del cantautore, Léon Degrelle, dedicata al celebre politico e combattente belga, autore fra le altre cose di Militia, opera seminale per la formazione di qualunque militante degli ultimi decenni.

Si chiude così un album estremamente intenso dal punto di vista lirico e passionale: è difficile, al giorno d’oggi, capire esattamente i sentimenti e gli ideali di un tempo vicino, eppure così lontano sotto tantissimi punti di vista. Noi stessi, in fondo, possiamo solo tentare di comprenderli con i mezzi a nostra disposizione e, in questo, lasciarci cullare dalle note di chi ha vissuto certe epoche. La speranza è che questa musica sia al tempo stesso un efficace modo di ricordare quegli anni e, naturalmente, un modo altrettanto efficace per ricordare la figura di Massimino ed i suoi struggenti racconti.

 

A cura di Andrea

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