Massimo Morsello – La direzione del vento – Recensione

La musica alternativa, si sa, non viene composta e suonata allo scopo di vendere; anzi, è probabilmente una delle correnti musicali che più osteggiano la commercializzazione e la svendita dell’arte di suonare. Questo accade perché, naturalmente, le idee esposte dalla musica alternativa non sono idee che possano (o vogliano) essere vendute, ma piuttosto tramandate e diffuse attraverso una chitarra ed una voce.

Ma c’è almeno un album, nella storia della musica alternativa, che ha coniugato idee, musica ed un inaspettato successo commerciale: stiamo parlando de La direzione del vento, l’ultimo album di Massimo Morsello, salito alla ribalta non solo per via della sua qualità artistica, ma anche per le tantissime copie vendute, un risultato impensabile se si considerano i ridottissimi mezzi di distribuzione della nostra musica. Il merito di questo va tanto alla casa discografica quanto chiaramente alla penna di Massimino, qui giunto forse alla sua definitiva maturità compositiva ed attorniato da una band in pianta stabile.

L’album si apre con Polvere bianca, introdotta da un arpeggio di chitarra ipnotico sotto al quale basso, batteria e tastiere tessono un sottofondo musicale quasi etereo. Il testo, come è abbastanza facile intuire, è una chiara presa di posizione contro la cocaina e contro il danno, fisico e spirituale, da essa causato.

Figlia della Luna, già ascoltata su Intolleranza in una versione naturalmente più grezza, mantiene tuttavia la sua atmosfera suggestiva e soffusa, mentre le parole, una bella dedica alla figlia Natalia, mantengono intatto il loro valore. Palestina, introdotta da percussioni quasi di stampo tribale, prosegue sulla strada musicale atmosferica ed eterea già ascoltata nelle prime due tracce. Il testo, invece, è il racconto di un miliziano palestinese che combatte per la sua patria contro le forze tecnologicamente superiori dei suoi nemici. Il tema, del resto, è storicamente caro alla musica alternativa ed è stato ampiamente trattato anche da artisti come i 270bis. Più forti voi è una “dedica” ad un avversario non del tutto chiarito nei suoi contorni: è però facile pensare che Massimino si riferisca a tutti quei poteri più o meno occulti che operano in politica, ma anche nella vita di tutti i giorni e nei mass media.

Vandea, splendida canzone scandita da un pianoforte, è incentrata a sua volta su un’altra tematica storicamente trattata dagli artisti alternativi, vale a dire le Guerre di Vandea. A qualcuno dice nulla la celeberrima Vandeana, ripresa di recente anche da Francesco Mancinelli e dal suo gruppo, Contea? Massimino ci porta dritto nel cuore del violentissimo scontro fra soldati del governo rivoluzionario e truppe lealiste, insistendo in particolare sul malinconico racconto di un padre privato del figlio.

Mio figlio che è nato di notte sul pavimento di un casolare
ha una schiena che piega soltanto
quando il grano è maturo e che lo deve tagliare

Mio figlio che è anima cuore e cervello impasto di Francia e la voleva salvare,
gli hanno tagliato di netto la testa dal collo
all’alba di un giorno che non doveva venire.

Noi non siamo uomini d’oggi ci è già nota dai tempi di Per me…e la mia gente, ma viene qui riproposta in una veste totalmente nuova, con il basso e la batteria in primo piano dal punto di vista musicale. I versi mantengono immutati la loro vena polemica in base alla logica “Anche se tutti…noi no!”. Maastricht è indubbiamente uno dei brani migliori dell’album sotto ogni punto di vista: musicalmente si apre con un fraseggio di chitarra fortemente debitore di Chuck Berry, ma sono le parole di Massimino ad essere fortissime e, se si considera che l’album risale al 1998, tristemente profetiche di quanto vediamo oggi nel nostro mondo. Vale pertanto la pena di riportare il testo integralmente e fare i conti con questa Unione Europea tanto assetata di denaro e di sangue dei popoli.

E se in Europa io non ci volessi andare
Coi vostri capi da grattare
I parametri da rispettare
E le frontiere da cancellare
E se in Europa io non ci credessi
Allo sviluppo dei vostri processi
Alla lira che scende e che sale
Ma i nostri dolori restan sempre gli stessi
Non sta all’Europa determinare
Quest’anno quanto il grano vale
E dal latte di un animale
Quanti litri ci dovranno bastare
Quanto zucchero e quanto sale
In quegli occhi di contadino
Passeggiano il fango e il suo destino
Ma non li vede nessuno

Ma quest’Europa che la fate a fare
È solo di banche e di parole
È un guinzaglio stretto bene
Al collo del popolo e della nazione
E se in Europa non ci volessimo andare
Per un diritto ben più naturale
Quello della Patria quello del pane
Quello di poterci conservare

Non sta all’Europa stabilire
A quale croce ci dobbiamo affidare
La gradazione del colore
Della mia pelle prospettiva
Sarà buona o sarà cattiva
Se dal corpo di una madre
Potranno uscire ancora altri figli
O soltanto sbadigli

Ma se l’Europa sarà solo usura
Ed è per questo che non la vogliamo
E voi conoscete solo la paura
Allora sappiate noi non ci stiamo
Ma se in Europa non ci voglio andare
Il Fondo Monetario Internazionale
Certamente lascerà obiettare
Esiste il bene esiste il male
Non sta all’Europa stabilire
Di che morte dobbiamo morire
Di che carta è la mia moneta
Ciò che permette e ciò che vieta
Ciò che ci sfama ciò che ci disseta
Se dai corpi di una Nazione
Nascono note di un vecchio inno
Di una vecchia canzone

 

Vola ritorna sulle atmosfere soffuse di inizio album ed è un’altra canzone intimista del De Gregori nero: in particolare si tratta di una dedica all’altra figlia Lavinia, venata da un’ombra di malinconia per via del mondo in cui la ragazza si troverà a vivere. Veniteci a salvare è un brano nuovamente polemico e nuovamente venato di un certo pessimismo, che rappresenta le condizioni di vita di una ipotetica famiglia in cui, sfortunatamente, molte si possono identificare, soprattutto in quest’epoca di grave crisi. Si parla, difatti, di difficoltà economiche, di problemi familiari e di difficoltà a riconoscere in sé una precisa identità. Musicalmente l’atmosfera del brano è pienamente anni ’80, con le tastiere in primo piano. Figli di una frontiera viene riproposta dopo il suo inserimento in Intolleranza e, qui come allora, rappresenta l’inno ad una generazione ormai perduta. Fly me, interamente in inglese, sembrerebbe una dedica ad una donna amata, ma anche qui troviamo un’atmosfera sostanzialmente malinconica.

And now that the rain is coming
and your light is so far away.
I can’t just leave it to my songs
I can’t just sit down and pray.
This morning seems a better one
with our children all at play.
All my yesterdays are already gone
I am left with my today.

 Si chiude così l’ultimo disco di uno fra i più importanti cantautori della storia della musica di destra, che definire tale è probabilmente fin troppo riduttivo. Se a qualcuno sfugge il perché Massimo Morsello debba a tutti gli effetti essere considerato un artista geniale e per certi versi unico, allora La direzione del vento, summa di una vita non facile e vissuta fino all’ultimo respiro, può certamente essere un ottimo punto di partenza per cambiare opinione.

 

A cura di Andrea

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