Massimo Morsello – Agenda Nazionalpopolare
Di solito si comincia così. Si schizza un fugace quanto abusato paragone con De Gregori, tanto a Morsello non spiace, e si critica con qualche riserva, ma in senso generalmente positivo, la produzione musicale del cantautore "d’Oltremanica". Poi ci si sofferma sulla storia del personaggio, mettendo l’accento su quella favola moderna, un po’ un sogno americano, che lo ha visto protagonista: da desperado a ricco signore.
A questo punto si spiega che è proprio a causa delle remote origini di questa favola che i testi sono un po’ troppo nostalgici e ricordano tempi scomodi. Così in pratica lo si scusa, sempre con garbo però, e si chiude. Messa la propria seggiola alla dovuta equidistanza (né troppo pro né troppo contro) si ammicca, si fa in sostanza l’occhiolino e si batte cassa. Il che non significa che gli si chieda danaro, ma che si cerca di entrare in quella pletora eterogenea che mai avrebbe preso in considerazione il desperado o il cantautore e che per inconfessate ragioni fa volentieri la corte al paperone nero.
Non prenderemmo neppure in considerazione di parlare qui di Massimo se non fossimo certi che egli, dei suoi innumerevoli, fugaci, corteggiatori, di coloro che se ancora guidasse un cab nemmeno gli manderebbero gli auguri di Natale, in fondo se la ride. O se pensassimo che in qualche modo egli desideri incoraggiare quei conati movimentisti che da anni si ripropongono come altrettante corse di lepri nei campi e si manifestano in imitazioni delle imitazioni di un originale di cui lo spirito e persino il corpo son smarriti. Inflazione dellele inflazioni.
Allora cosa dire di Morsello se non qualcosa di sostanzialmente diverso dal solito?
Il Morsello "arrivato", perno immancabile di ogni recensione, in fin dei conti non è utile all’approfondinento del Morsello musicante. Nulla di strano, la confusione è uno dei guai di quest’epoca: in un periodo in cui – culturalmente, si badi, non necessariamente come atto compiuto o desiderato – la donna si rappresenta, in contemporanea, come amante, puttana, moglie, madre e donna in carriera e quindi diviene un mosaico che non si incastra, è anche concesso che il _Menestrello si faccia Duca di Borgogna e resti ancora Menestrello.
Non possiamo scindere, nel tratto psicologico, il signorotto dal Menestrello se in uno solo convivono: e non lo faremo. Ma baderemo di mettere l’accento sul secondo, che di Massimo rappresenta l’anima, e che in fondo, quando Massimo non si distrae da sé, nobilita il Duca e non viceversa.
Va quindi rovesciata l’ottica. Non dobbiamo individuare nel Morsello cantautore un’introspezione di casuali e drammatici momenti di vita trascorsi e or sublimati con travaglio; dobbiamo, al contrario, immergerci nei suoi testi (di musiche il sottoscritto capisce quanto i politicanti di politica), cogliendo un preciso momento della nostra storia (nostra come Italia e nostra come destra radicale): quella che in questi venti anni è andata dal Nichilismo al Niente, che altro poi non è se non un nichilismo senza passione. .
Massimo dal Nichilismo di allora non approda affatto al Niente, perché resta intriso di un sentimento, perché non è cinico che a tratti e, in fondo, che a tratti esteriori; soprattutto è un passionale, pudico ma arrabbiato, commosso dall’amicizia e fedele ai ricordi. Questo va colto di lui: quest’incorregibile, cocciuta, indelebile nostalgia. Una nostalgia così radicata e cos’ fedele nell’amicizia da restare, fortunatamente, una nostalgia pura che, pur ravvivandosi nei brani, mai tradisce se stessa con il desìo di reiterare esperienze.
C’è chi l’amore lo fa una volta sola, altrimenti non amore, è ginnastica.
Così ci sembra che egli se ne freghi, in fondo e nemmen tanto in fondo, dei suoi cortigiani anche altolocati, di quella genìa di ciambellani disposti a far la coda pur di passare un paio di giorni (pare si dica weekend) in piena Kensington.
Canto, direbbe, per ben altri, "per i miei amici che parlano poco di una storia cominciata per strada e finita quasi per gioco (…), per (…) i miei amici che non hanno un futuro e si segnano sopra al muro ogni giorni in meno da fare…” Amico: “non lasciarlo a quei volti il tuo punto di non ritorno…”
Ci dicono che in quanto a tecnica musicale e a temi, Morsello possa essre vivisezionato in quatto stadi. Per la cronaca il primo stadio, quello dei Campi Hobbit, corrisponderebbe a Battesimo del fuoco e tratterebbe degli impulsi giovanili, degli esordi militanti, dei momenti dell’entusiasmo. Il secondo stadio, Canti Assassini, accompagnerebbe la drastica fine di un sogno generazionale. Il terzo, Punto di non ritorno ,dovrebbe rappresentare la maturazione professionale; l’ultimo, tuttora in gestazione, simboleggiato da Vola, tradirebbe un interessamento ai temi più salienti della società odierna. Vola è ispirata a Lavinia, la figlia più grande, che Morsello prevede costretta a confrontarsi con mondo comunque squallido: “Per ogni moda che ti veste ci sta una moda che ti spoglia… Vola, vola, vola, con guinzaglio e museruola", ma vi è comunque – “se di donna tu sei fatta o di donna ti farai" – una disperata fiducia che si ricollega perfettamente con i toni di Vieni figlia della luna, che, se non andiamo errati, fu ispirata dalla nascita dell’altra bambina, Natalia.
C’è un coinvolgimento tutto sommato paterno che lo porta a parlare con sguardo un po’ adulto anche di Masstricht, di frontiere e amenità varie, e che, a nostro avviso, si condensa e si definisce in un sano, disincantato pessimismo, espresso in Più forti voi: “Siete più forti voi che occupate tutto quanto, le cattedre, i pensieri e la direzione del vento … Siamo più soli noi che alla terra da soli arriviamo e sulla terra i nostri segni lasciamo, proprio mentre cancellate le impronte".
Dunque sarà pure una fiamma che, come si disse del Foscolo Inglese, scalda di calore lontano, ma a fondamento ritroviamo la nostalgia dell’esistenzialismo ribelle di sempre. Sarà indubbiamente vero che in tutto ciò un’evoluzione esiste, ma a noi personalmente non tocca, a noi preme l’unità mantenuta, che, come abbiam detto, ci pare incontestabile: per noi Massimo sarà sempre, in tutta la sua continuità, il suo rinnovamento e, se il caso, nel suo perfezionamento musicale, quale che sia l’età dei suoi slanci, comunque il ragazzino di Canti Assassini, canti ancor più attuali di ieri, nella patetica Italia di adesso.
Ogni giorno di più, infatti ci piace che si dica: “Entrammo nella vita dalla porta sbagliata". Noi, personalmente, siamo convinti di essere entrati da quella giusta, che, fortunatamente, era poco affollata.
tratto dall’Agenda Nazionalpopolare 1998 © Carlo Marconi Editore












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