“La musica è sensazioni, trasporto, coinvolgimento ed emozione”. Cantiribelli intevista Skoll

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Hai esordito nell’ambiente alternativo ormai più di 10 anni fa: quanto pensi di essere cambiato come musicista e come persona in questo periodo?
12 anni di musica ti migliorano inevitabilmente come musicista e 12 anni di musica non conforme ti arricchiscono come uomo. Direi che il cambiamento vada letto così. Le migliaia di chilometri fatte in questi anni sono servite principalmente a conoscere e ammirare realtà umane e politiche che senza la mia musica non avrei mai potuto conoscere così da vicino. Io non sono cambiato molto in questi anni, sono rimasto più o meno fedele a me stesso. Il mio modo di vedere le cose, di vedere il mondo, è rimasto quello. Non sono mai stato e non sono ancorato a ideologie piuttosto fedele a quello che sento e percepisco come giusto, senza forzature o auto-inganni. Questo mi dà forza e soddisfazione.

 

A tal proposito, guardandoti alle spalle, c’è qualcosa che avresti voluto realizzare in forma migliore? Hai qualche rimpianto artisticamente parlando? E riguardo al tuo ultimo Armilustri absinthium? Personalmente lo ritengo un lavoro pressoché perfetto, ma a distanza di un po’ di tempo dalla sua uscita, a mente fredda, cambieresti qualcosa avendone la possibilità?
Ogni volta che completo la lavorazione, sempre lunga e faticosa, di un album, passo molto tempo all’ascolto. Appena posso, in quei primi giorni dopo l’uscita del disco, sento quello che abbiamo realizzato. In auto, a casa, ovunque… si tratta, ovviamente, di un ascolto molto diverso da quello che, contemporaneamente, sta facendo chi ha appena acquistato il cd. Sono abbastanza pignolo nelle cose che faccio e su certi aspetti tendo ad un personale, soggettivo, perfezionismo. Riascolto decine e decine di volte le canzoni concentrandomi sui suoni e, soprattutto, sui missaggi. Su questi punti ho idee piuttosto personali che, spesso, non sono del tutto condivise da Fabio e dai professionisti che curano la registrazione e le fasi di produzione artistica. Con questi ultimi le cose si sistemano come voglio io, con Fabio, giustamente, cerco di raggiungere limiti di accettazione reciproca. Posso dire, tranquillamente, che i due lavori che non cambierei (sto parlando, chiaramente, esclusivamente della produzione artistica) sono “Armilustri Absinthium” ed “Eclisse”. Ritoccherei pesantemente il missaggio di “Sole e Acciaio”, darei uniformità di suoni e arrangiamenti a “Lune feroci” e rivedrei leggermente alcuni livelli delle voci de “Il Segreto di Lacedemone”.

 

Ogni artista, alternativo e non, ha il suo personale stile compositivo: come nasce una canzone di Skoll, sia musicalmente che liricamente?
Per me non esiste una canzone, per quanto “diversa” da quelle commerciali, senza un impianto musicale forte. Non posso scrivere un brano partendo da un bel testo ma senza un’idea musicale che mi convinca. Viceversa, nonostante fino a poco tempo fa pensassi esclusivamente la cosa che ho appena detto, oggi mi accorgo che difficilmente mi viene un’idea musicale soddisfacente senza avere in testa, al contempo, una precisa tematica. In un certo senso, è come se una tema che mi sta a cuore riuscisse a ispirare la musica e che quel tema avesse proprio una sua musica. Due anime gemelle. In sostanza, scrivo musica e testo quasi contemporaneamente anche se tendo a portare inevitabili correzioni al testo dopo aver concluso la parte musicale. Questo è ovvio e, credo, piuttosto comune.

 

Uno dei tuoi cavalli di battaglia è Pioggia d’Irlanda: ti andrebbe di dirci qualcosa in più su come è nato questo brano ormai leggendario in ambito alternativo?
Pioggia d’Irlanda nasce semplicemente dall’esigenza di mettere in musica la frustrazione, la rabbia e la giustezza della lotta di liberazione nazionale irlandese. Una canzone che è diventata simbolo anche in giro per la rete… Su youtube, per esempio, con un video non ufficiale ha superato abbondantemente le 100.000 visualizzazioni. Non una cosa da niente o da dare per scontata. Quando penso agli irlandesi, ed è stata questa la scintilla dalla quale è nata la canzone, penso sempre ad una storia piena di ingiustizie e a un popolo che non merita quello che ha subito. D’altra parte, rovescio della medaglia, anche grazie alla secolare arroganza inglese, si è consolidato il carattere fortemente comunitario degli irlandesi. Un popolo compatto, unito, che rispetta la propria storia, i propri padri e i propri figli. Anche una questione di sangue e suolo: anni fa ho letto da qualche parte che la popolazione irlandese è quella che più di ogni altra al mondo ha mantenuto un isolamento genetico senza ricevere apporti “stranieri”. Con ironia si potrebbe definire una popolazione non geneticamente modificata.

 

 

In questi ultimi anni ti sei avvalso della collaborazione di due eccellenti musicisti come Fabio Constantinescu e Davide Picone; ci parli un po’ del tuo rapporto artistico con loro?
Il rapporto con Fabio è un rapporto di vecchia data, decennale. Fabio è un musicista intelligente perché è un cultore della musica e un grande ascoltatore. Al di là dei suoi gusti personali, infatti, sa mettersi in gioco e produrre musica anche molto lontana da quella che più ama. Quando scrissi “Sole e Acciaio”, dopo avergli fatto ascoltare i provini delle canzoni, gli diedi una serie di cd da studiare. Gli dissi che avrei voluto un album con determinate caratteristiche sonore e che quegli esempi avrebbero chiarito le sonorità che avevo in mente. Fabio, con la sua solita, grande professionalità, realizzò arrangiamenti elettronici ideali. Con lui posso stare tranquillo: fa le cose sempre bene e come vorrei farle io, come le ho in testa. Davide, invece, suona con me da meno tempo. La sua conoscenza della musica è profonda e deriva da specifici studi. È prezioso perché dal vivo dà grande dignità e ampiezza musicale a canzoni che, è bene ricordarlo, sono canzoni spontanee di amore e di lotta. Qualcosa che nasce senza i condizionamenti tipici, limitanti e insopportabili del dovere piacere per forza a chi ascolta e compra.

 

Tornando più strettamente alla musica, la tua opera ha innegabilmente subito un’evoluzione: dal rock a tinte quasi industrial di Sole e acciaio sei passato in pochi anni ad una raffinata combinazione di chitarra acustica e pianoforte. Piani per il futuro?
La musica riflette quasi sempre un particolare momento. Per certi versi, quello che scrivo si adatta piuttosto facilmente a differenti interpretazioni musicali. Questa duttilità relativa mi ha permesso di realizzare cose apparentemente molto diverse tra loro, dall’elettronico all’acustico. In realtà, sono diverse sfumature durante la fase compositiva che vengono poi accentuate ulteriormente durante la produzione artistica (in particolare, nella scelta degli arrangiamenti). Un esempio che rende bene l’idea è la reinterpretazione di un brano come “La bellezza”: la versione originaria, quella di “Eclisse”, è decisamente rock, elettronica e più epica nei suoni rispetto alla versione di “Armilustri Absinthium”, in cui la scelta esclusiva del pianoforte crea un’atmosfera “intima”. La canzone è la stessa, la musica è inalterata, ma il risultato è molto diverso. Quando inizierò a scrivere il prossimo album, spero piuttosto presto, valuterò lo stato d’animo del momento e la voglia di fare una o l’altra cosa. O entrambe: un’idea potrebbe essere quella di unire le sonorità elettroniche più forti di “Sole e acciaio” con le campionature sinfoniche de “Il segreto di Lacedemone”. Un arrangiamento ideale per sottolineare quel concetto di epica che ho sempre ricercato nella mia scrittura e che credo sia diventato un segno distintivo della mia musica.

 

Passiamo ora al tuo libro “Questo mondo non basta. Uomini ed Eroi” che stai presentando in giro per il nostro Paese: come mai questa idea di scrivere delle brevi storie ed impressioni su vari personaggi della storia recente?
La musica, per ovvie ragioni, non può soffermarsi più di tanto sull’analisi di una storia, di un personaggio, di un’idea. La musica risponde a leggi precise che fanno della metrica e della brevità la sua forza e la sua debolezza. Chi riesce ad adattarsi, chi riesce a trovarsi a proprio agio in un campo espressivo difficile come quello di una canzone, sa che deve sacrificare un certo tipo di espressione per dedicarsi a una forma di comunicazione diretta e possibilmente “poetica”. La musica deve, sempre, colpire al cuore. Questa è una condizione essenziale: la musica è sensazioni, trasporto, coinvolgimento ed emozione. Può essere uno stimolo, come nel caso della musica identitaria, all’approfondimento di certe tematiche. Ma lo stimolo deve, anche in questo caso, partire dal cuore: se la musica non arriva, se ti lascia indifferente, qualcosa non ha funzionato. “Questo mondo non basta. Uomini ed Eroi” è nato proprio dalla consapevolezza che per affrontare al meglio certi discorsi sarebbe stato inevitabile scegliere, almeno per una volta, una forma di espressione e di comunicazione diversa da quella che uso più frequentemente. Credo molto in questo libro, e le reazioni di chi lo ha letto sono state una conferma, perché in cento pagine ho concentrato buona parte di me. Al di là dei personaggi e delle storie che ho scelto di raccontare, quello che ho scritto è espressione di un chiaro, preciso, modo di vedere le cose e il mondo. Quando si trova la propria strada, tutto diventa incredibilmente semplice: tutto quello che ti circonda sembra rispondere a una logica che non sfugge e la visione delle cose diventa cristallina. Le dinamiche della società, il comportamento delle persone, le tensioni sociali, le grandi scelte economiche, la direzione dell’opinione pubblica, i cambiamenti valoriali. Tutto risponde a un disegno preciso. E quel disegno, misterioso alla maggior parte delle persone che non riescono, per impreparazione e condizionamento, a metterne insieme tutti i tratti limitandosi al massimo a qualche segmento, diventa chiarissimo. “Questo mondo non basta. Uomini ed Eroi” è figlio di questa chiarezza.

 

Grazie mille Skoll per l’intervista!

A cura di Andrea

 

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