Diapason – Diapason (cassetta) – Recensione

Inizio questa recensione esprimendo un’affermazione che, credo, possa esser condivisa da tutti noi: nella vita la fortuna riveste un ruolo di un’importanza capillare, qualunque sia il suo ambito di applicazione. Tante volte, difatti, un solo attimo o una sola circostanza positiva (o negativa) possono mutare in modo significativo ciò che ci troviamo ad affrontare nel corso delle nostre esperienze quotidiane. Ci troviamo così di fronte a storie di persone o gruppi di persone che, magari, sono dotate di talento notevole, ma non riescono a compiere il proverbiale salto di qualità, se non altro a livello di fama e notorietà. Tale caratteristica può tranquillamente essere estesa anche ad alcune bands della nostra scena musicale, magari meritevolissime di ascolto, ma finite nel dimenticatoio per un motivo o per l’altro. Pertanto è nostro dovere, oltre che piacere, riportare alla memoria alcune gloriose formazioni della nostra amata musica alternativa.

Oggi ci occupiamo dei catanesi Diapason, attivi negli anni ’80 in quel di Catania ed oggi ricordati, almeno dalla maggioranza dei cultori di musica alternativa, solo per la cover del loro brano Hobbit eseguita dall’omonimo (e molto più celebre) gruppo perugino. Questi ragazzi, che pure hanno influenzato diversi fra i gruppi più folk e cantautoriali della scena, pubblicarono solamente una cassetta nel lontano 1984, contenente 9 tracce che oggi ci premura riportare in auge.

Dopo la battaglia inizia con un delicato arpeggio di chitarra (la qualità audio naturalmente non è brillantissima, ma in fondo fa parte dell’antico e desueto fascino delle musicassette) e ci parla, in qualche modo, della quiete susseguente ad uno scontro: chiaramente, oltre che di una battaglia in senso stretto, possiamo senza dubbio dire che i nostri ci mettono di fronte alla proverbiale luce dopo la tempesta, a ciò che ci attende di positivo dopo un periodo magari estremamente negativo.

Berlino, che ci accoglie anche con una armonica di dylaniana memoria, oltre che con una chitarra, è dedicata naturalmente alla capitale tedesca ed alla disumana battaglia che vi si svolse alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Come cometa ci parla dei sogni di libertà e rivoluzione di un’intera generazione, ma che, al pari della cometa, hanno illuminato in modo forte il mondo per poi spegnersi molto rapidamente; in questo caso, chiaramente, la repressione dello Stato è stata la responsabile della distruzione di questi sogni, tutto questo per difendere un impero di Coca-Cola.

Proseguendo ci troviamo davanti ad Hobbit, la già citata canzone divenuta celebre per la cover del gruppo umbro, tanto che in parecchi (me incluso, fino a poco tempo fa) erroneamente credono sia un brano originale degli Hobbit! Musicalmente assistiamo a piacevoli giri folk di chitarra, senza le tastiere poi aggiunte dalla band umbra, mentre il testo è una dichiarazione di intenti dove i musicisti si ergono a cantori/guerrieri, sfidando coloro che vogliono distruggere il loro futuro. Piccola curiosità “lessicale”, in questa versione il testo recita saluteremo il nuovo Sole, heil!, mentre gli Hobbit, nella loro versione, aggiungono un sieg fra Sole ed heil.

No parar hasta conquistar, una delle tracce più celebri di questo breve lavoro (coverizzato ai giorni nostri dai Decima Balder) è un brano naturalmente spagnoleggiante nel suo incedere musicale e parla della Guerra Civile Spagnola; il titolo stesso, del resto, era un motto della Falange di Francisco Franco.  Certe volte è un tipico brano alternativo dove il protagonista appare diviso fra l’amore per una donna e quella irresistibile voce interiore che lo spinge a continuare la sua lotta (dice nulla Boia chi molla degli Zetapiemme, riportata in auge dalla recente riproposizione dei D.D.T.?). Strade è un invito, appunto, a non fermarsi e ad andare avanti lungo la via che si è scelta e, nonostante il titolo, non è la stessa canzone che proporranno anni dopo sempre gli Hobbit; ma, probabilmente, anche questo brano è stato quantomeno di ispirazione per i ragazzi umbri.

Belfast, coverizzata dagli Imperium, è un classico brano dedicato alla lotta dei nordirlandesi contro l’esercito inglese e, per alcuni versi, si può dire che forse Skoll ne abbia tratto ispirazione per la sua bellissima Pioggia d’Irlanda: in entrambi i brani, difatti, vi è un invito rivolto ad una madre affinché perdoni il proprio figlio per la dura strada che ha scelto di seguire e non si strugga in lacrime per un guerriero. Infine, per la conclusiva Vedo migliaia di occhi vuoti, scandita nuovamente dai giri di chitarra folk, vale la pena riportare direttamente i versi, dedicati ad una patria che sembra perduta.

Vedo migliaia di occhi vuoti, falsi sorrisi senza luce
Facce di un popolo che fu che sembrano dire: «Non esistiamo più!»
E il mio pensiero va lontano, ritorna a un mondo ormai passato
Ad una patria che non ho visto mai, così diversa da quella che mi date voi!
Piccoli uomini tranquilli, servi zelanti della massa
Sempre disposti a condannare chi non sta al gioco, chi non vuol dire di sì
Voglio un’idea per cui lottare, odiare senza perdonare, cerco la fedeltà e l’onore!

 Si tratta insomma di un’ottima traccia per concludere un lavoro piacevole ed ispirato, fonte di ispirazione per molti degli artisti che in seguito avrebbero raccolto fama e successo in ambito alternativo. I Diapason, insomma, fanno certamente parte di quell’humus in cui affonda le radici la nostra musica e sarebbe ingiusto non tributare loro il dovuto rispetto.

Si ringrazia Lorien per l’immagine.

A cura di Andrea

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