Contea – Il campo dei ribelli – Recensione
I Contea sono riusciti, con questo disco, ha realizzare una delle fantasie più grandi dell’uomo: il loro "campo dei ribelli" è una vera e propria "macchina del tempo" che attraversa epoche e continenti distanti tra loro.
Seguendo il motto di un patriota scozzese ("Sono le ballate e non le leggi a costruire una nazione") il gruppo capeggiato da Francesco Mancinelli ha viaggiato in "un pezzo di storia nascosta", dai briganti meridionali agli indiani d’America, dalla Vandea in fiamme alla Scozia svenduta, per narrare "il bianco sole dei vinti". Il "campo dei ribelli" quindi non è solo un ottimo cd di musica alternativa, ma anche e soprattutto un percorso staccato dalla storiografia ufficiale, troppo spesso impegnata ad etichettare e a glorificare i vincitori.
Altro obbiettivo di questo disco è quello di evocare "il ribelle che abbiamo dentro, una tipologia umana, un archetipo, un genus. Il Ribelle non vive soltanto nel Giacobita scozzese, nel Vandeano, nello Chouns Bretone, nel Brigante del Meridione, nel Cosacco Bianco. Il vero Ribelle (per usare una espressione di E. Junger) dimora nascosto nel "bosco post-moderno": il terreno primordiale di ogni singola esistenza, la boscaglia da cui Egli un giorno irromperà come un leone(da www.musicalternativa.com )" .
Il tutto si snoda sulle orme di tre grandi artisti, apparentemente inconciliabili, che hanno fortemente contaminato i Contea: Pino Tosca, Fabrizio De Andrè ed il "nostro" Massimo Morsello.
I primi brani riprendono le disavventure del principe Stuart e di tutta la popolazione scozzese che dovette rinunciare con la forza alla propria libertà per mano dell’Inghilterra: tra questi spiccano la bellissima ballata "The march of the Kings of Laos" e soprattutto "Ye jacobites by names" che già aveva ispirato i 270bis nella composizione di "Libertari".
Dall’introduzione di "Fazzoletti rossi" si passa alla Rivoluzione Francese e quindi alle tragiche vicende della "guerra di popolo" della Vandea e della Chuonarie, quando la "Forza della ragione" ha manifestato in modo emblematico le proprie orrende capacità: l’ottavo brano è proprio "Vandea" dell’indimenticabile Massimo Morsello, riarrangiata elegantemente da Mancinelli e compagni, seguita poi dalla "Vandeana" di Pino Tosca. Rivolte anti- giacobine si svilupparono anche in Italia con i sanfedisti(bellissimo e abilmente risuonato il loro inno) e con le insurrezioni toscane, romagnole, tirolesi.
Proprio in mezzo all’album troviamo un altro brano della musica alternativa,"Oltre il confine" da "Incantesimi d’amore" dei 270bis, rifatta anch’essa in modo impeccabile.
Il viaggio tra i vinti di ogni tempo riprende con la "questione meridionale" che ha le sue radici già nel 1700 e che è stata continuamente oscurata dalla versione semplicistica della storiografia ufficiale: la compagine romana ha così riprodotto "Brigante se more", "Canto del servo pastore" di De Andrè, l’ironica ma malinconica "Il brigante cattolico" ed infine "Vulisse addiventare".
A questo punto del disco, verrebbe da chiedersi:"Cosa unisce gli indiani ai briganti?": entrambi vennero orribilmente incarcerati ed trucidati dai vincitori "progressisti" che tentarono di cancellare gli usi e i costumi locali con il gen.Cialdini che fu il "Custer" del nostro sud. Su questa scia i Contea hanno ripreso l’avvincente "Fiume Sand Creek" ancora una volta del grande Fabrizio De Andrè.
L’ultima tappa di questo percorso storico-musicale è la guerra civile russa che finì col portare funestamente a potere Lenin ed i suoi bolscevichi. Altri ancora però sono i vinti e i ribelli dimenticati dalla storia, a cui spetta un posto d’eccezione nel "campo dei ribelli": a loro i Contea hanno dedicato l’ultima passionale canzone del cd, "Sulla strada" della magica Compagnia dell’Anello.
Volendo fare un bilancio generale, questo non può altro che essere positivo perché il gruppo romano è riuscito a produrre un album dall’elevata fattura, sia sul piano musicale, con ogni singolo brano che rispecchia fedelmente le condizioni storico-ambientali(forti infatti le contaminazioni folk ed elevata la qualità delle canzoni rispetto alle precedenti registrazioni), sia culturalmente perché la portata intellettuale è importante e "pericolosamente eversiva".
È un disco quindi consigliato agli amanti di una musica "alta" ed "impegnata" che invita a riflettere e soprattutto ad aprire gli occhi su tante tragedie purtroppo dimenticate. Complimenti ai Contea.











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