Campo Hobbit 3: trent’anni fa quella festa a lungo attesa

hobbit

Era molto caldo quella domenica pomeriggio, il vento faceva turbinare dei fogli di giornale lungo la stradina principale di Castel Camponeschi, il paese abbandonato in Abruzzo, precisamente nella provincia dell’Aquila, il quale era tornato a vivere per quattro giorni, dal 16 al 20 di luglio: Campo Hobbit 3. Il campo aveva chiuso i battenti da poche ore e gli ultimi partecipanti smontavano le tende e lasciavano il castello.
Nello stanzone di una delle case ripulite dai volontari si tenne la riunione conclusiva del gruppo dirigente per fare un consuntivo dell’evento, passava di mano in mano la copia del quotidiano il manifesto con in prima pagina l’articolo di Pierluigi Sullo intitolato «Evoluzione della specie fascista in un paesino d’Abruzzo». Più che eccitati, eravamo tutti increduli per i risultati della manifestazione; tutto aveva funzionato come mai ci era successo nelle nostre sgangherate iniziative, tanta la gente, reale la qualità degli spettacoli, intensa la partecipazione alla elaborazione culturale, altissimo il livello emotivo, insomma un vero successo.

I primi a prendere la parola cominciarono a ragionare sulla edizione successiva, ma quando fu il mio turno mandai deluse le aspettative di chi – sull’onda dell’entusiasmo – immaginava di poter proseguire all’infinito quell’esperimento. Io ribaltai il discorso, la progressione dei tre campi aveva dimostrato che potevamo a pieno titolo ricongiungerci con un mondo, il nostro, quello a noi contemporaneo, che ci aveva voluto estranei; nei campi avevamo reimparato a parlare il linguaggio della contemporaneità ma lo avevamo fatto in uno spazio chiuso. Castel Camponeschi, un paese (se pur abbandonato), doveva essere la cerniera per entrare con la nostra rinnovata capacità di espressione negli spazi urbani. L’esperienza dei Campi Hobbit doveva finire lì, doveva finire proprio in forza del suo successo, dissi allora. Da quel momento infatti musica, teatro, poesia, editoria, approfondimento culturale, ecologia, dovevano diventare gli strumenti di quel “gramscismo di destra”, di quel tentativo egemonico e metapolitico che avevamo elaborato pochi mesi prima nel primo convegno, a Cison di Valmarino, della cosiddetta Nuova Destra. Era la definitiva uscita dal ghetto. Le nostre novanta radio libere, i circoli, le riviste le case editrici nate senza finanziamenti e sul puro volontariato dovevano rappresentare un punto di partenza. Fu questo il modo per sottrarci unilateralmente alla logica dello scontro e alla spirale di violenza e fu anche il terreno su cui sfidammo il partito cui appartenevamo e che ancora non aveva compreso la portata della crisi profonda del sistema politico italiano e dei presupposti su cui questo si era edificato. Una crisi che riguardava in primo luogo proprio quella sinistra radicale che veniva identificata come il nostro nemico e il nostro antagonista: regole e visioni del mondo che non stavano più in piedi aprendo degli spazi sconfinati a chi fosse stato in grado di leggere le novità di un mondo in rapida trasformazione.

Sembra incredibile oggi, ripensando a quella esperienza di trent’anni fa, che quelle piccole cose organizzate senza soldi e con mezzi artigianali, più volte catalogata come campo paramilitare, addirittura sentina di estremismo, sia ancora oggi, e più che allora, presente nell’immaginario di chiunque ricostruisca la storia di una destra moderna in Italia.
Quelle giornate abruzzesi costituirono effettivamente il riepilogo simbolico di un’esperienza collettiva che ha determinato il dna di un soggetto politico che si è sviluppato a distanza di anni; non stupisce dunque quella che è senz’altro la sopravvalutazione dell’evento in sé, che vale però come momento esemplare in una serie di azioni e ragionamenti che hanno contribuito al cambiamento delle forme della politica e anticipato temi che sono poi divenuti centrali e strategici. Non c’è dunque né enfasi né contraffazione nell’individuare in quei fermenti, forse pure marginali, di un gruppo di ventenni i mattoni su cui si sono costruiti pezzi importanti del dibattito politico italiano, comprendendo tra questi anche gli aspetti più significativi di ciò che è stata Alleanza nazionale e perfino degli esiti intellettualmente più vivaci presenti nello stesso Pdl. E perfino il fatto che alcuni degli interpreti della attuale stagione siano stati estranei all’esperienza dei Campi Hobbit non diminuisce né smentisce la portata di quell’esperienza, ma ne conferma semmai la grande energia.

Ma sono passati trenta anni da quel 16 luglio in cui il terzo e ultimo dei campi Hobbit apriva i battenti e trent’anni sono un tempo davvero troppo lungo per la politica: questa richiede infatti velocità e capacità di anticipare. Nessuna nostalgia dunque, nessuna rivendicazione, soprattutto nessuna rimasticatura è posibile di una esperienza che, sulla scia del piccolo hobbit – Frodo Baggins, l’eroe tolkieniano disarmato e chiamato a una avventura esistenziale più grande di lui – ci riportò nel mondo e piantò più di un germe. Un mito di transizione, semmai, esempio di crescita che può tornarci utile solo per continuare la pratica che allora inaugurammo, quella di guardare a ciò che è davanti e non a quello che, giorno dopo giorno, ci lasciammo alle spalle.

Umberto Croppi

fonte: www.secoloditalia.it

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