270bis – Agenda Nazionalpopolare
Era la fine del ’93, stavamo seduti di fronte ad una birra all’lrish Rover Pub, quando il mio amico Renato mi dice: “Sai quelle canzoni che hai ascoltato l’altro giorno a casa mia, sono sue – indicando il ragazzo di fronte a noi sorprendentemente somigliante a lui – è mio fratello Marcello”.
Avevo ascoltato una cassetta solo voce e chitarra registrata in modo casareccio; all’inizio pensavo fossero le solite canzoni da cantautore, chitarra, voce e molta retorica, ma ascoltando bene quei testi, la forza, l’intensità di quelle parole, mi resi conto che era qualcosa che usciva dai soliti schemi, non presentavano le banalità riscontrate nella canzoni italiane ma erano ricche di messaggi che io stesso condividevo.
"lo suono il sassofono – gli dissi – e penso che nelle tue canzoni ci starebbe molto bene”.
“Magari – mi risponde – è molto tempo che cerco un sassofonista…!”
"lo ho le tue stesse idee ma non ho mai fatto politica, è un problema?" Gli chiedo. E da lì cominciamo a parlare, di musica, di donne, della vita. Dopo un’ora è come se ci conoscessimo da sempre. È un aspetto particolare di Marcello, questo, che tu sia il primo venuto o la regina d’Inghilterra, ti tratta esattamente allo stesso modo. Si siede li, ti chiede di te, ti ascolta e dopo un po’ ti sembra di esserci cresciuto insieme. Ci diamo subito appuntamento in sala prove. "Le chiacchiere stanno a zero" è un’altra sua frase tipica. "Vuoi suonare con me? lo voglio suonare con te. Allora cominciamo a suonare. Poi si vedrà".
Incontro il resto del gruppo. O meglio, quelli che saranno i primi elementi del gruppo. Facciamo un passo indietro, ci vuole un po’ di storia. Marcello de Angelis lo conoscono più o meno tutti. Penso di non aver mai conosciuto una persona che riesca ad essere così discussa, così tanto amata – quasi adorata – e così tanto detestata – quasi odiata – come lui. E sempre per ragioni diverse, per lo più sbagliate. Marcello è così bravo a farti sentire come se sapessi tutto di lui nella prima mezz’ora, che ci metti anni interi per scoprire, ad un certo momento, che ci sono un’infinità di cose – le più importanti – che nessuno riesce a vedere. Lui ha già fatto tutto. È come se fosse un vecchio di cent’anni ché però ne dimostra 25. Quando ho scoperto che ne aveva almeno dieci di più sono rimasto di sasso. Ed è successo lo stesso a moltissimi. C’è chi lo conosce per il suo passato politico, e chi per le sue canzoni. lo, ovviamente, ho conosciuto un Marcello diverso. Me lo sono trovato davanti di punto in bianco, in carne ed ossa, con pregi e difetti, sapendo ben poco dei quindici o venti anni precedenti. E già dalla prima volta in sala ho dovuto aggiustare i miei seppur pochi pregiudizi, positivi e non. Mi aspettavo un accentratore, uno che volesse semplicemente degli strumentisti per accompagnare le sue canzoni. Un cantautore con gusti musicali un po’ più ricercati, insomma. E invece mi trovo uno quasi ossessionato dall’idea del "gruppo", uno che si arrabbia quando gli altri accettano le cose solo perché le dice lui, uno che ogni cinque minuti si ferma per fare un giro di opinioni su ogni passaggio. Un giorno mi spiega che, come in tutte le sue cose. anche questa che sembra une semplice per quanto strana mania, ha radici profonde. Marcello è fissato con il fatto che anche le più elementari attività debbano essere improntate ad una profonda riflessione. Un gruppo di amici, una squadra di calcio, una redazione o un regno sono esattamente la stessa cosa se si considerano i valori assoluti. Per cui, ad esempio, uno che fa canzoni e se le canta e se li suona da solo è in difetto, perché non ha spirito comunitario. Ma se invece fa il leader del gruppo e riduce gli altri a semplice contorno, sbaglia ancora, perché subordina la dignità degli altri alla propria. Riflette su tutto. Tanto che a volte sembra schizzofrenico, perché di punto in bianco cambia tutto, proclama pubblicamente di non aver capito nulla e si rimette alla consultazione collettiva.
Sin dall’inizio conduce una vera e propria crociata perché il suo nome personale a poco a poco sparisca dietro il nome – o piuttosto la "sigla" – del gruppo. Quando, nei nostri primi concerti, sulle locandine o durante le presentazioni si fa solo il suo nome o si presenta il gruppo come se fosse il suo accompagnamento, si imbestialisce. E quando uno gli fa notare che, nell’interesse del gruppo, converrebbe magari sostituire uno strumentista con uno più bravo, tira fuori gli artigli come se gli avessero toccato un figlio, perché il rapporto umano viene anche prima della qualità musicale. Che me ne frega di fare un prodotto perfetto insieme a degli estranei? Preferisco fare uno schifo insieme a persone alle quali voglio bene. Questo è il concetto… "Non importa se si va in paradiso o all’inferno, basta che ci si va tutti insieme", è un massima consueta di Marcello. Così conosco gli altri del gruppo. Non ce n’è uno che definirei "ordinario" e – quel che più mi colpisce – mi sembrano anche poco omologati tra loro. I primi sono Antonello detto Babba, il bassista,Claudio detto Giannetto, tastierista e Gianluca, il batterista. Babba non parla praticamente mai e quando parla di rado lo capisco. Resta un mistero per mesi. Solo adesso, dopo tre anni che suoniamo insieme posso dire di conoscerlo. Giannetto suona come un automa, di rado tiene il tempo, si distrae e ride. Scopro dopo un po’ che conosce Marcello “dai vecchi tempi", una persona di una limpidezza ed una bontà veramente uniche. Ho la netta sensazione che lui e Marcello suonino insieme per pura amicizia, che Giannetto farebbe volentieri altro e che forse Marcello preferirebbe un tastierista più esperto. Ma nessuno dei due se lo dice, perché preferirebbe tagliarsi un braccio piuttosto che ferire l’altro. Immancabilmente, a poco a poco, Giannetto lascerà il gruppo, in maniera indolore, dedicandosi ad altro e mantenendo intonso il rapporto con Marcello che, cocciutamente, lo costringe almeno a fare la seconda voce al momento delle registrazioni. Gianluca è una piccola bomba al fulmicotone, geniaIe, irrequieto, sempre sopra le righe.
Marcello si è riservato, come diritto di paternità, il compito di battezzare il gruppo. “270bis" dice. "E che è?" Rispondono tutti. È una scelta nel contempo di autoironia e di memorandum. È l’articolo del codice penale che punisce la costituzione di associazione sowersiva. "Ora lanciamo l’eversione musicale “ ci dice "fa più danni una canzone di centomila volantini.. .". È un altro classico del suo repertorio.
Il gruppo decolla. Prima sulla scia della notorietà di Marcello che, per sua volontà, finisce poi per essere solo il trampolino per il lancio di tutti noi. Sul palco ci spinge in prima linea, ci presenta tutti mille volte, vuole che la gente impari a conoscerci, memorizzi i nostri nomi. Vuole vederci crescere. È quasi una mania. Se uno non si fa avanti, lo prende quasi a calci e, quando non canta, si ritira in fondo al palco perché sia lo strumentista di turno a cogliere l’applauso. Eppure è un front-man professionista, a volte addirittura eccessivo. Ogni concerto è come se fosse il primo; o l’ultimo. Prima non riesce a mangiare, poi si chiude in se stesso, è agitatissimo, ha paura di non dare il meglio. Poi sul palco esplode, tiene d’occhio tutto e tutti per assicurarsi che tutto vada bene. Si preoccupa di noi, si preoccupa del pubblico. Alla fine crolla esausto. Se facesse il cantante di professione probabilmente tirerebbe le cuoia, perché per lui ogni inezia ha un’importanza fondamentale.
Dopo la prima cassetta Signori della guerra, abbiamo già raggiunto una notorietà per me inimmaginabile. Ovviamente Marcello non fa altro che dire che non è nulla, che bisogna fare mollto di più, bisogna istigare i giovani a formare altri gruppi, utilizzare il ricavato delle nostre vendite per finanziare i lavori dei ragazzi più giovani, fare da traino ai gruppi emergenti. Non c’è mai niente di individuale, tutto ha un’importanza "globale". (Sempre parole sue).
Purtroppo non tutti la pensano così. Il mondoneofascista era per me un mondo sconosciuto, ne scopro prima le tare che i pregi. lo penso che la musica sia qualcosa che vada al di sopra degli interessi di parte, scopro a poco a poco con piacere che anche ragazzi di sinistra apprezzano la nostra musica. La musica travalica anche le generazioni; nei primi due concerti che faccio con il gruppo a Roma (ci sono più di 500 persone paganti) vedo gente di tutte le età. Signore che hanno le età di mia madre che conoscono a memoria Eri bella o Settembre nero. Ma c’è anche la faccia oscura: molti ritengono che i gruppi musicali debbano essere espressione di questo o quel gruppo, questa o quella conventicola. Avevo messo da parte il fatto che Marcello è "anche" un personaggio politico. Il fatto mi si ripresenta in tutta la sua chiarezza quando cominciano a fioccare i veti incrociati. Ai ragazzi di quel gruppo è vietato venire ai nostri concerti, i capi di quella fazione non vogliono farci suonare perché "se de Angelis sale sul palco chissà cosa dice…"
Noi ci troviamo in una situazione anche più difficile di altri, perché il gruppo è composito: c’è chi sta con un gruppo, chi con un altro. A noi non fa differenza, ma fuori sembra di sì. Il peggio arriva dopo Fiuggi. Gli uni non ci vogliono far suonare perché alcuni di noi stanno con Alleanza nazionale, gli altri perché dicono che i nostri concerti attraggono gli elementi estremisti e gli skin. lo sono nauseato. Marcello dice "Aspetta. Il tempo è galantuomo".
Il gruppo cambia elementi. Ci chiamano da tutta Italia per fare concerti. Suoniamo spesso gratis se è "per una buona causa" (Marcello ci tiene molto e spesso ci rimette di tasca sua). Abbiamo fatto 35 concerti in un anno. È un metodo che paga: i ragazzi ci conoscono e ci vogliono bene. La nostra seconda cassetta "Cuore nero" vende le prime mille copie nei primi dieci giorni di uscita. La registrazione non è delle migliori ma gli arrangiamenti sono ottimi anche grazie alla chitarra di Gianmarco e la batteria di Testone, ex degli intolleranza.
Il concerto che ricordo più volentieri è stato a Vicenza. Eravamo tutti un po’ a disagio, ci chiedevamo come potesse essere recepita la nostra musica. Uno mi awicina e mi chiede "ma dvvero tu suoni il sax? Ma allora non sei fascista, il sax è uno strumento da compagni!". Cominciamo bene – penso io. Invece alla fine abbiamo trovato il pubblico più caloroso ed entusiasta di tutta Italia. Ragazzi veramente splendidi, estremamente corretti e professionali.
Arriviamo alla formazione attuale – spero l’ultima. Lo spero perché è pressoché perfetta. Babba sempre al basso, con la sua passione per l’heavy-metal ed i ritmi sudamericani; Pucci Poppi (ci vorrebbe un libro per descriverlo) alla chitarra solista, adorabilmente blues; Gian Paolo alla batteria, rigorosamente rock anni ’70; e il Duca – già "acustico" degli Hyperborea – con i suoi influssi folk. lo ci metto il mio Jazz e le mie tastiere classiche. Marcello arriva con i suoi testi ed i suoi accordi "minimalisti" e ce li dà in pasto perché "il gruppo" ne faccia un pezzo proprio. Forse solo dal prossimo lavoro – al quale lavoriamo da mesi – si udranno i 270bis per ciò che realmente sono, perché su ogni pezzo ognuno sta trasferendo se stesso realizzando un suono veramente unico. Paradossalmente Marcello de Angelis muore, perché i 270bis possano vivere.
testo di MASSIMILIANO COCCIOLO
tratto dall’Agenda Nazionalpopolare 1998 © Carlo Marconi Editore












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